Adesso mi spoglio.

Della logica, della morale. Della matematica, del due più due -quattro.
Divento un cerchio. Mi svesto della scienza. Della coscienza.
Del corpo, dei doveri. Della religione, del pensiero.
Della paura.
Resto con la pelle di neonato, col mio sangue azzurro. Col peccato originale.
Dentro la fibra del mondo. Mi tuffo dentro al sangue delle cose. Sono tutto il cielo. 
Sogno di sognare.
Sono una barchetta ora, nelle acque di mia madre.Torno al grembo. Posso navigare. Non sono ancora nata, ancora divenuta. Nessuno può vedere quanto sono diventata trasparente. Pelle di carta. 
Scorro. Lasciatemi viaggiare.

 

 

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Elia Mervi

Sono malati i poeti

afflitti da una vastità che è desolazione
 
Vanno nei giorni ciechi come talpe
dissanguati e inchiostrati
dalle parole
 
Lasciano impronte sulla carta
e la loro anima pesante.

 

Io sono splendida e desolata come un paesaggio lunare. Io appartengo alle galassie, sto nel Silenzio Cosmico, in assenza di gravità.
Io sono colei che abbandona. Vivo circondata di stelle e nebulose e giaccio nel profondo, immoto Amico Silenzio.

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Nel mio paese nevica in Agosto,
e i piccioni incorniciano la grande chiesa.
La bella fioritura delle campagne intorno – a cullare
la Cupola che svetta tra le case.
Lungo la strada che porta al Luogo dove si dorme,
quanto, quanto cielo sembra accompagnarti !
Tra i bucati colorati che sbattono sulle bianche terrazze
sotto la tramontana e vasi di gerani sui balconi,
ancora puoi vedere quegli angoli incantati
dove l’ombra della donna col fazzoletto in testa pigliava l’acqua alle fontane per fare il poco pane tra le bombe.
Paese mio, noi ci stringiamo come figli intorno.
Tu raccontaci ancora la tua storia,
di olive e tabacco,
di piazza sonnacchiosa in lenti pomeriggi,
o in Agosto, che prendevi vita,
la banda, la scapece,
l’odore eterno delle noccioline
e il pianto dei bimbi confusi tra le bancarelle
e la Madonna che ancora passa per la via.

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Una che fa propositi nel tempo
che non viene
una un po’ disgiunta, un po’ esterna,
una silenziosa con l’anima querula,
una che sta in cucina, dietro al vetro
madido d’inverno -attenta-
che non si attacchi il sugo,
ma che sa
che tanto fa sera ogni giorno
e la aspettano la sua stanchezza
e la sua ora
del pensiero memorabile.

 

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Anton Bundenko

 

Soffro d’incertezza, di mancanza d’un qualcosa  che trafigge. Di penna debole, di incapacità che chiude il cerchio. Vorrei essere universo, costellazioni di parole. Invece sono foglio impiastricciato  da qualche stella storta  e frecce e ghirigori. Accattona che ama e teme le parole, dentro ogni giorno  le cerco nell’assenza.

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Come gabbiani

Quando viene sera e si accorcia il tempo,
comincio a cancellare i miei disastri, come amanti
che mi han tentato tutto il giorno.

Poco coraggio in me,
poca convinzione nei miei atti,
una manciata di ore per non dormire. Domani tornerò
col mio pallore, a ingoiare silenzio e caffè,
col sole che mi pare malato alla finestra.

Incerta vita mia, che ogni giorno inchiodi insicurezze alle pareti
come quadri storti ,vorrei spogliarti
da questi cappotti invernali.
Andare come un gabbiano che respira mare, a testa nuda
una volta,
-andare-
come una rondine incerta se emigrare o restare,
in questo strano autunno,
in questo sole di vetro.

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Isabella Bubola