Alessandra Maria

-Forse in una vita sola

un amore non torna.

Forse è questa la bellezza

della rosa tremante: la sua magnificenza, non la sua durata.

Forse si sgretolano le stelle,

ma le vediamo ancora

– e restiamo appesi coi desideri e gli occhi

a quel lontano argento.

Forse un amore può tornare

se lo guardiamo come la luce delle stelle perse,

se lo aspettiamo

come una festa di uccelli a primavera.

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( D.Fortin )

Breve, tonda Estate,
dolce come uva spina,
ti aspetta fedele
il tuo letto di nebbia e ciclamini
dove sfiorisci e muori
nell’ abbraccio pungente dell’ autunno.

Svanire

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Mi domando

se sono io a logorare il corpo

o il corpo a logorare me.

Un giorno si seccheranno queste vene azzurre,

svaporerà il mio fiato

che formula il tuo nome nelle stanze, marciranno i muri

costruiti con sospiri e pianto

e i miei secchi di amore raggrumato.

Tutto, tutto scardinato dal Tempo,

le mie parole esposte al vento come anemoni,

le ore misurate in cui ho spogliato il cuore e il senso,

i miei pensieri notturni prigionieri

come falene fermate dagli scuri.

Tutta me stessa, dall’anima alla pelle

dissolta e sfranta tra la terra e il cielo.

I giorni tornano

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I miei ricordi sono fiori coi gambi spezzati.

Come un aereo sghembo

cerco di trovare le giuste coordinate

per atterrare nel punto esatto a ritrovarti intatta, bella, sana,

e tutti noi si era ancora figli e si era in dieci a fiorire.

Noi lo faremo tornare ogni notte il tempo, ogni notte

i sogni lo inchioderanno al letto.

Ogni giorno noi saremo aerei e fiori e Voi

il vento leggero che ci muove.

Mamma

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Cosa è rimasto
delle tue belle fioriture,
il tuo sorriso,
che snebbiava
il freddo inverno.
Tu alla finestra,
da fare invidia al sole
e le tue belle gambe
che ti hanno tradito.
E a me cosa resta,
povero cardo nato
in un roseto,
il tocco appena del vivere,
la tua accecante bellezza
che ride da una vecchia foto
su una sedia vuota.
Ma tu sei e sarai.
Le nebbie non ti avranno
fintanto che ti amo.
Ora il Tempo non scandisce nulla,
adesso è solo Attesa.

Adesso mi spoglio.

Della logica, della morale. Della matematica, del due più due -quattro.
Divento un cerchio. Mi svesto della scienza. Della coscienza.
Del corpo, dei doveri. Della religione, del pensiero.
Della paura.
Resto con la pelle di neonato, col mio sangue azzurro. Col peccato originale.
Dentro la fibra del mondo. Mi tuffo dentro al sangue delle cose. Sono tutto il cielo. 
Sogno di sognare.
Sono una barchetta ora, nelle acque di mia madre.Torno al grembo. Posso navigare. Non sono ancora nata, ancora divenuta. Nessuno può vedere quanto sono diventata trasparente. Pelle di carta. 
Scorro. Lasciatemi viaggiare.

 

 

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Elia Mervi

Sono malati i poeti

afflitti da una vastità che è desolazione
 
Vanno nei giorni ciechi come talpe
dissanguati e inchiostrati
dalle parole
 
Lasciano impronte sulla carta
e la loro anima pesante.

 

Nel mio paese nevica in Agosto,
e i piccioni incorniciano la grande chiesa.
La bella fioritura delle campagne intorno – a cullare
la Cupola che svetta tra le case.
Lungo la strada che porta al Luogo dove si dorme,
quanto, quanto cielo sembra accompagnarti !
Tra i bucati colorati che sbattono sulle bianche terrazze
sotto la tramontana e vasi di gerani sui balconi,
ancora puoi vedere quegli angoli incantati
dove l’ombra della donna col fazzoletto in testa pigliava l’acqua alle fontane per fare il poco pane tra le bombe.
Paese mio, noi ci stringiamo come figli intorno.
Tu raccontaci ancora la tua storia,
di olive e tabacco,
di piazza sonnacchiosa in lenti pomeriggi,
o in Agosto, che prendevi vita,
la banda, la scapece,
l’odore eterno delle noccioline
e il pianto dei bimbi confusi tra le bancarelle
e la Madonna che ancora passa per la via.

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Una che fa propositi nel tempo
che non viene
una un po’ disgiunta, un po’ esterna,
una silenziosa con l’anima querula,
una che sta in cucina, dietro al vetro
madido d’inverno -attenta-
che non si attacchi il sugo,
ma che sa
che tanto fa sera ogni giorno
e la aspettano la sua stanchezza
e la sua ora
del pensiero memorabile.

 

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Anton Bundenko

 

Soffro d’incertezza, di mancanza d’un qualcosa  che trafigge. Di penna debole, di incapacità che chiude il cerchio. Vorrei essere universo, costellazioni di parole. Invece sono foglio impiastricciato  da qualche stella storta  e frecce e ghirigori. Accattona che ama e teme le parole, dentro ogni giorno  le cerco nell’assenza.

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Come gabbiani

Quando viene sera e si accorcia il tempo,
comincio a cancellare i miei disastri, come amanti
che mi han tentato tutto il giorno.

Poco coraggio in me,
poca convinzione nei miei atti,
una manciata di ore per non dormire. Domani tornerò
col mio pallore, a ingoiare silenzio e caffè,
col sole che mi pare malato alla finestra.

Incerta vita mia, che ogni giorno inchiodi insicurezze alle pareti
come quadri storti ,vorrei spogliarti
da questi cappotti invernali.
Andare come un gabbiano che respira mare, a testa nuda
una volta,
-andare-
come una rondine incerta se emigrare o restare,
in questo strano autunno,
in questo sole di vetro.

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Isabella Bubola

A volte ci prende uno stupore,

si perde un po’ di peso e si sconfina

oltre le pareti, si appare e si scompare

tra le nubi.

Altri odori, altre vite respirare, altri cuori

intenti a custodire i propri amori incerti e impreparati.

E tu che rifiorisci

in questi spazi strani

dove ogni volta cerco  l’ impronta della bocca

e puntualmente  aspetto

il volo di domani.

 

 

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sarah jarrett

 

I miei giorni sono fumo e nebbia, abitudini e pareti, cibo distratto, giorni storditi. Questa casa di pietra che sono io. Non so tirarmi fuori da me stessa. Le mie mani sono pietra, gli occhi piangono lava. Tu mi tremi sul cuore, annaffi il mio giardino di fiori morti. Tu mi tremi nei pensieri, sradichi rovi , sposti pietre per arrivare fino a me.

Mi regali parole, fiori di neve del tuo inverno.

I Extend My Arms 1931 or 1932 by Claude Cahun 1894-1954
Claude Cahun
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Pat Perry

Io fuggo dalla mia dolcezza definitiva,

nutro l’inverno mio diverso di distacchi inopportuni,

accenno passi di danza dentro ore molli,

riparo con la mollica del pane avanzato i miei frattempi,

le fratture del giorno, traccio schemi precari con zelo impiegatizio,

tutto fra le mie quattro pareti senza soffitto.

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Dominique Fortin

Io non voglio più essere assordata

dalla furia dolorosa delle cose del mondo.

Voglio tacere e sentire

suoni impercettibili, la musica muta e lenta dei fiori,

quando li stringe in un abbraccio il vento

e li fa ballare.

Non voglio più la brusca nettezza dei contorni,

solo gli sfondi sfumati delle cose

-come dentro al sogno di un bambino-che un po’ sorride

e un poco trasalisce.

Perché vorrei svernare la mia vita.
Che mi buchi le ossa il calore del tuo sangue pompato dal mio cuore, che mi rifioriscano le vene
e mi nevichi in petto il tuo polline.
Che mi ricoprano i tuoi fiori,
che io diventi prato e tu sopra di me
e il sole sopra noi.

Che l’inverno resti .Che resti tra i ricordi.

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M.Chagall

 

non so spiegare,
sofferente di furia e di dolcezza, so far bene una cosa
e meravigliosamente il suo contrario.

ogni giorno a puntellarmi le assi
e poi bruciare l’impalcatura.

 

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photo:Laurence Demaison

 

 

 

Ogni giorno ad aspettare le mie rondini che non vogliono tornare.
È ancora la mia vizza stagione che non riconosco.
Queste assenze nel buio,tra cartoni di pizza e cicche spente.
Continuo a pronunciarmi parole per riempirmi.

Al di là della finestra accade la vita, forse domani comincio
la mia falsa partenza.

Ho cose dentro di me, lenti, cannocchiali, microscopi..tutto un deposito di oggetti  con cui ingigantisco le cose. Sono l’operaia che fabbrica le armi con la mente. Le armi sono pensieri che tagliano in due lo sterno. Ho una cura, un posto, si chiama Niente . Ci faccio naufragio  qualche ora al giorno per riposarmi  da tutte le trame che ordisco contro di me.

Oana Stoian

Se si potessero bruciare le foglie secche dei giorni.

Se si potesse mangiare il pane secco della noia e poi bere alla tua lingua.

Sentirmi Infinito sul tuo torace, tu, mia cattedrale silenziosa.

Ogni giorno mi faccio cenere in cui bruci e rinasci, tu, benda di tenerezza sulla mia ferita che sanguina solitudine.

Tu, l’acqua dove navigo di notte tra cuscino e nostalgia.12573034_914971758599506_10744943906898855_n

foto Susanita

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L’ anima mi fuoriesce dalla bocca, anche se mi taccio,
anche se mi faccio pietra.
Perché il cuore ormai mi è germogliato, per un seme portato dal vento in questa secca terra di nessuno.

E sempre più ci penso
a questo tuo essere seme, a questo mio essere germoglio.

Io sono il vento che non ti fa avanzare,

sono la persiana sbattuta, la tua porta chiusa.

Sono l’insetto sulla tua finestra e il cibo che resta nel piatto,

la canzone che canti senza convinzione.

Sono il rogo spento, la nostalgia che non avrai.

Sono il Paese disabitato, la tua idea di Silenzio.

Ti cammino sul petto, come una formica dentro la camicia,

sono il fossile dentro il tuo muro di Indifferenza.

Dei giorni che si son fatti calcinacci

un’Impossibilità è l’unica cosa che mi lasci.

 

 

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grazie a Lucia ❤